I HATE SUMMER: CHAMPIONSHIP AND LEAGUE TWO KICK OFF
Profilo Basso fanzine – numero 66 (2026)
La sveglia suona e i miei occhi non possono fare altro che posarsi sull’orario infame sul display che recita: 3.30 e, nonostante le pochissime ore di sonno accumulate, mi alzo con una carica che non ha alcuna spiegazione logica per un venerdì mattina.
La canicola milanese che dura oramai da due mesi, tra qualche ora, sarà solo un ricordo. Tra 48 ore il campionato più bello del mondo ha inizio e no, non stiamo parlando della Premier League, ma della Championship (o per i neofiti del calcio d’oltremanica “la serie B inglese”) che, a detta di molti addetti ai lavori, si prospetta essere un campionato che scotta. Personalmente, non potrei chiedere di meglio.
La partenza di venerdì mattina e il kick off del Burnley a Turf Moor contro il West Ham United di domenica permettono a me e al mio compare L.M. di aggiungere un tassello al mosaico del weekend: l’Accrington Stanley se la gioca in casa con il Colchester sabato pomeriggio. Non serve dire altro: Accrington Stanley – Colchester 2-2.
Ammetto di non aver seguito più di tanto la partita in sé, ma di essermi soffermato più sull’architettura del Crown Ground (o, per “diritto di sponsor”, il Wham Stadium dal 2015), che si aggiunge alla mia personale lista di groundhopping, ormai più simile a una dipendenza da fentanyl.
Con una capacità di poco meno di 6000 posti e costruito nel 1968 (anno di fondazione del Club), è uno dei pochi impianti della quarta lega ad offrire, per la quasi totalità del perimetro, posti al coperto – ad esclusione della Coppice End.
Per la partita di oggi i circa 200 tifosi arrivati da Colchester vengono posizionati sul lato basso della Eric Whallet Stand, alla fine del rettilineo ad angolo della parte di campo scoperta. Nonostante le cinque ore di viaggio che separano le due città, l’impronta sonora c’è e si fa sentire. In tipico stile inglese.
Gli occhi erano puntati soprattutto sulle gesta del gruppo ultras del team di casa, i SU1968 – Stanley Ultras 1968 – che si rifanno a uno stile italiano, prendendo a modello la tifoseria doriana e dell’Entella. È netto e palese il loro debole per il panorama subculturale ligure, nato quest’ultimo da un viaggio di buona parte del gruppo per un famigerato Derby della Lanterna, che ha portato il giorno successivo il manipolo di ragazzi fino allo stadio Enrico Sannazzari di Chiavari per assistere a un’altra partita, questa volta dei bianco-celesti. All’epoca in Serie C.
Per dovere di cronaca, sono costretto a soffermarmi su un punto: pur non essendo un fan dell’importazione del modello ultras europeo in UK, mi sento di dire che, visti dall’interno del loro settore, la loro bella figura la fanno e meritano assolutamente un plauso per l’impegno nel seguire comunque una compagine di quarta lega e per lo stupendo post-partita che ci hanno fatto vivere in loro compagnia. Forse perché non si vedono spesso italiani nella loro terrace, o forse, più semplicemente, perché noi, gente del pallone, siamo fatti così.
Al triplice fischio, dopo la consueta pie bollente servita all’interno di un incandescente involucro di alluminio, le canoniche pinte, le foto di rito all’impianto durante la partita e quelle fatte poco dopo il deflusso, veniamo avvicinati dal direttivo dei SU1968, alcuni ancora intenti alle operazioni di smontaggio delle bandiere e riparazione delle pelli dei tamburi.
In confronto, una delegazione ONU impallidirebbe.
Neanche il tempo di presentarci, guardati di sottecchi dai pochi steward rimasti, che il nostro accento ci condanna: “ITTALLIANEE!” seguito dal tipico gesto con la mano a pigna. La festa all’interno del “The Crown”, loro ritrovo fisso, tra fiumi di ale a temperatura ambiente e scambi di adesivi, procede fino a poco prima del tramonto.
Salutiamo i ragazzi e la loro ospitalità che, con passione e il loro “noi tifiamo solo lo Stanley”, hanno dato ad un plumbeo sabato pomeriggio un motivo per essere vissuto.
Chiaro è che il piatto forte del weekend in UK è quello di domenica, il main event. La prima giornata di Championship riserva subito uno scoppiettante Burnley – West Ham, dicevamo. Un match tra le due squadre candidate a giocarsi la vittoria del campionato per tornare in Premier League o perlomeno, secondo i bookies.
La domenica inizia con qualche leccornia locale: le carte di patatine salt and vinegar e le quattro pinte vuote sul bancone del “The Swan” ci dicono che è ora di andare dagli amici Pete, James e Isaac per pranzo al Townley Golf Club, alle porte di Burnley. Ci accorgiamo di stonare leggermente, mentre gli altri commensali sono intenti ad addentare il loro Sunday Roast.
Dirigendoci verso il celebre “The Royal Dyche” per smaltire l’ennesima cheese and onion pie del weekend, (questa volta in versione “da ristorante”) si nota fin da subito come il colore degli abiti indossati dalla popolazione locale sia uno solo. Anzi, due: il Claret e il Blue. La direzione è per tutti la stessa: Harry Potts Way e la fitta rete di pub che la percorre.
Il pre-match è scandito dai vecchi aneddoti di lads del football che allo stadio non ci possono più andare, vecchie scorribande e ricordi, forse sbiaditi, ma sicuramente indelebili per chi li ha vissuti.
Il corteo verso l’Entrance P della Cricketfield (oggi la Barnfield Construction Stand) è di buon impatto, anche se non compatto come quelli a cui siamo stati abituati negli anni dei maggiori fasti. Il match parte con le corde vocali a rilento sia della compagine casalinga che degli ospiti al nostro fianco, divisi solamente da un cordone di bobbies e giovani steward: la prima partita dell’anno si porta dietro lo strascico delle delusioni della stagione passata. Culminata con la retrocessione sia del Burnley che del West Ham, anche se l’intensità del gioco è alta fin da subito.
Gli ultimi minuti del secondo tempo hanno sicuramente valso per intero la stanchezza e il prezzo del biglietto (calmierato: un plauso alle politiche inglesi sull’accessibilità economica dei tickets sia in casa che in trasferta). Dallo 0-2 si passa a un 2-2, meritato, nell’arco di una manciata di minuti. Non solo la Cricketfield, che ospita storicamente i supporters clarets più caldi, ma l’intero Turf Moor diventa, in un attimo, una bolgia. Il ronzio alle orecchie a seguito del “YYYAAAAAAAAA” lo sento ancora durante la stesura di questo pezzo.
Post-partita senza particolari annotazioni. Il rumore degli zoccoli sull’asfalto della schiera di puledri ci accompagna fino al ritorno al pub. Degna di citazione, la presenza del nuovo coach del Burnley, Nicky Hayen, al “The Royal Dyche” accorso per salutare i tifosi e scambiare parole con tutti i presenti. Uno scenario quasi distopico messo in confronto al jet set calcistico al quale questi ultimi mondiali, ahimè, ci hanno abituato. Pura passione.
Il nostro rientro avverrà soltanto nella notte tra lunedì e martedì, perché la giornata di lunedì abbiamo deciso di dedicarla quasi interamente alla visita di una vera e propria chicca: uno store casual nel cuore di Burnley, il Casual Minds Matter. Tra Lambrette d’epoca in esposizione e un’ottima selezione di capi d’ispirazione terraces, il negozio offre una solida e valida alternativa all’altro negozio che va per la maggiore in tutta la città: lo store ufficiale del Burnley davanti al pub “The Park View”.
Il ritorno nella città Ambrosiana risulta essere stato, secondo gli esperti, tra i più difficoltosi degli ultimi anni. Quasi quattro ore di ritardo accumulate, un biglietto per la Northern palesemente errato che ha rischiato di farci tornare a casa con una multa salatissima in pounds — dalla quale siamo stati salvati in extremis soltanto dall’aiuto del VAR — e, per finire, zero mezzi di trasporto pubblici o privati disponibili da Malpensa verso Milano città, se non a prezzi tutt’altro che calmierati.
Le prime luci del mattino di questo martedì, però, mi dicono che è valsa comunque la pena fare tutto questo.
Come sempre. Per sempre.
ACCRINGTON STANLEY – COLCHESTER UNITED 2:2
BURNLEY – WEST HAM UNITED 2:2
Davide Lombardo

L’ARTE DELLA PROVOCAZIONE IN POCHI CENTIMETRI QUADRI – Stickermania: IL MITO.
Profilo Basso fanzine – numero 65 (2026)
C’è un momento preciso, a cavallo tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, in cui il silenzio irrompe improvviso. I riflettori degli stadi si spengono, i tornelli girano a vuoto e l’odore acre dei fumogeni viene rimpiazzato dal solleone estivo.
Per la massa, per i tifosi da poltrona o per chi vive il calcio solo come un passatempo domenicale, questo è l’inizio del disimpegno: il tempo del mare, delle vacanze, delle chiacchiere da ombrellone. Per chi vive di gradinata, invece, l’estate non è un periodo di riposo, ma una lunghissima, tormentata e romantica gestazione. È il tempo delle stagioni finite, ma soprattutto delle idee che cominciano a fiorire. Perché la mente del tifoso non va in vacanza; si sposta semplicemente dai gradoni ai tavoli dei bar, davanti a un computer o a un foglio di carta millimetrata. È qui che nasce la prossima stagione. È qui che prende forma il mito.
Mentre il calciomercato riempie le pagine dei giornali di sogni sbiaditi, di cifre astronomiche e di promesse destinate a svanire al primo controllo palla a settembre, nei direttivi e tra i ragazzi dei gruppi si consuma la vera sfida, quella identitaria. L’obiettivo è uno solo: inventare l’adesivo perfetto. Quello che dovrà essere più dissacrante dell’anno prima, più iconico nelle linee, più tagliente nel messaggio e più spietatamente irriverente verso il resto del mondo. Lo sticker non è un semplice pezzo di carta plastificata con del collante sul retro. È un sigillo d’appartenenza, un’arma diplomatica, un manifesto politico e poetico racchiuso in pochi centimetri quadrati.
Lo sfottò viscerale verso i rivali di sempre, ironizzando sulla stagione fallimentare appena passata. La celebrazione della gloria, per immortalare una promozione o una salvezza. La rabbia e il dissenso stampati in faccia a decreti repressivi, prefetti e organi di sicurezza.
C’è un romanticismo d’altri tempi nel rito della progettazione estiva. Si scelgono i font, si stilizzano vecchie foto, si recuperano loghi anni ’90 o caricature taglienti. Si aspetta con trepidazione il pacco dalla tipografia, l’odore di stampa fresca che invade le sedi.
Ma l’estate porta con sé anche un altro rito, forse il più poetico di tutti. Quando le valigie si riempiono e ci si imbarca per le mete più esotiche, disparate o impensabili, nello zaino c’è sempre uno scomparto che scotta. È quello che custodisce la scorta di adesivi.
Perché c’è qualcosa di magico e di profondamente fiero nel timbrare il proprio passaggio a migliaia di chilometri da casa. Che sia il retro di un cartello stradale su un’isola sperduta in Grecia, il bancone di un bar fatiscente nel sud-est asiatico o un lampione arrugginito di una metropoli oltreoceano, lasciare lì quel pezzo di plastica è come piantare una bandiera. Un messaggio d’amore universale, un vessillo d’appartenenza che urla al mondo chi sei e da dove vieni, anche quando sei circondato dal nulla. Un filo invisibile che unisce una spiaggia tropicale alla nebbia dei nostri settori.
E poi, l’applicazione. Appiccicare un adesivo su un cartello stradale in un autogrill sperduto alle tre di notte, sul palo della luce in una città nemica o sul casco della moto è un atto d’amore e di marcatura del territorio. È dire: “Siamo passati di qui”
Mentre l’estate brucia l’asfalto delle periferie e i cavalletti dei motorini affondano progressivamente sulla superficie rovente delle strade vuote, i motori grafici sono accesi. La caccia al lampione o al cartello perfetto per la prossima stagione è già iniziata. “Stickermania” non è una moda; è il nostro modo di lasciare un’impronta indelebile sul mondo.
Davide Lombardo

HAVE AN AWAY DAY – A CHEAP HOLIDAY: Fulham-BURNLEY
Profilo Basso fanzine – numero 64 (2026)
Quale miglior modo per festeggiare l’equinozio di primavera, quando la Terra raggiunge un punto specifico della sua orbita in cui i raggi solari colpiscono perpendicolarmente l’equatore, se non recarsi nel Paese più piovoso d’Europa e, per i detrattori della Corona, uno dei più grigi e umidi?
Il carrello della sempre valida Ryanair, colpendo con violenza l’asfalto dell’aeroporto di Stansted, ci sveglia in un’ovattata capitale in un altrettanto ovattato tardo pomeriggio londinese.
Il soggiorno di due notti nei pressi del piccolo Hub aeroportuale, ci permette un agile arrivo nella hall di questa pensione all’interno di un piccolo polo commerciale confinante con la pista d’ atterraggio di London Stansted.
Con gli zaini ancora in spalla e i passaporti in tasca, ci spingiamo verso il bancone lesti ad ordinare le prime tre Stella Artois della nuova traversata al fianco del Burnley Football Club in procinto, il giorno dopo, di giocarsi i tre punti in casa del Fulham.
La sera prima della partita ce la regaliamo tra le vie del centro di Londra dopo un infinito viaggio sullo Stansted Express direzione Liverpool Street.
Scesi alla stazione e aiutati da spallate di cortesia rivolte alle frotte di turisti asiatici spaventati da non si sa che cosa, raggiungiamo la piattaforma della Circle Line direzione Embankment: quartiere centralissimo e casa di uno dei pub più storici e meno turisticamente conosciuti della Capitale.
Il “The Ship and Shovell” è un gioiellino di architettura, spirito imprenditoriale del vecchio oste e, probabilmente, fortuna.
Trovandosi in pieno centro non rimane comunque facile da trovare in quanto ubicato nel bel mezzo del Charing Passage: un tunnel della vecchia metropolitana ormai in disuso e trasformata in piccola via pedonale con tanto di mattoni originali dell’800 che ne fanno da cornice.
Le prime pinte della nuova trasferta britannica scendono facilmente; o comunque, più facilmente del ritorno verso l’albergo, sempre a bordo di uno Stansted Express deserto.
Londra ha un fascino tutto suo. Con la pioggia fine, con l’acquazzone, nuvolosa o dipinta da un cielo azzurrissimo. Come la mattina della partita.
Il tutt’altro che aspettato sole londinese ci spinge verso zona Earl’s Court per incontrare i due amici da Venezia. L’intesa con i lagunari è ormai ai massimi storici, segnando con oggi la terza away insieme al fianco del Burnley solo in questa stagione.
Per fare un minimo di fondo prima di spingerci insieme verso Putney Bridge, Il “The Blackbird” fa al caso nostro.
Il “The Rocket”, e il “The Kings Arms” sono i primi due pub che ci ospitano nel West London e in prossimità di Craven Cottage, entrambi posizionati ai lati del Tamigi.
Le nostre fila vengono inspessite di pub in pub da nuovi innesti, nuovi e vecchi amici provenienti dalla stessa Milano e da Crema. Quest’ultima notoriamente gemellata con una frangia della Sucide Squad. Siamo una buona decina. Non male.
E’ proprio al “The Kings Arms” che conosciamo, in maniera totalmente fortuita e inaspettata, quello che ci dice essere stato il portiere della nazionale inglese di futsal durante i mondiali disputati proprio a Milano nel 1991. Non ho personalmente cercato la veridicità della notizia, forse per ozio, forse per non incappare in una bruciante delusione.
Veniamo invitati dal portiere della Nazionale (n.d.r. “conosciamo un VIP buttiamolo via”) e dai mates al suo seguito, al “The Temperance” (doverosa menzione d’onore al muro interamente dedicato agli sticker di tutte le tifoserie presente nella grande sala semi-circolare) ultima tappa al malto e luppolo prima di intraprendere, insieme al resto della tifoseria dei Clarets, l’affascinante corteo che percorre Bishops Park fin davanti gli ingressi dedicati alla tifoseria ospite in Stevenage Road, sotto gli sguardi guardinghi della pochissima Metropolitan Police Service o “bobbies”, a sorvegliare l’intera area.
Voltato l’angolo, ci troviamo davanti all’iconica facciata in pieno stile edoardiano di Craven Cottage, caratterizzata da mattoni rossi, dettagli in ferro battuto e un fascino senza tempo. Sul suo lato sinistro gli ingressi 14-15-16-17 degli ospiti non sono altro che piccole porte in legno rinforzato talmente strette da doverci passare di lato. Momento commozione.
Non posso negare di aver passato la maggior parte della partita ad osservare in una trance quasi spiritica il “Cottage”, edificato nel 1780 e tutt’oggi protetto da vincolo storico-culturale, ossia l’elemento di maggior rilevanza che dà il nome allo stadio.
Si tratta di un piccolo padiglione in stile coloniale situato nell’angolo tra le tribune e alla destra della “Johnny Haynes Stand” o “tribuna dell’orologio”. Questo edificio, esistente ancor prima dell’edificazione dello stadio, ospita gli spogliatoi e un balcone dal quale i familiari di dirigenti, atleti e ospiti speciali possono osservare la partita.
Da frequentatore assiduo dello Stadio Giuseppe Meazza di Milano, svenduto ai signori del malaffare e destinato ad un abbattimento al di fuori di ogni logica (ma non quella speculativa che si annida nella muffa che infesta il calcio italiano), non nego che l’invidia è stata l’emozione più preponderante del pomeriggio alla vista dei sedili in legno ribaltabili presenti per la maggior parte dei poco più di 25.000 posti e sotto lo sguardo severo della targa che recita “Est.1886”.
Superati i fastidiosi controlli di rito e gli altrettanto fastidiosi turisti mordi e fuggi presenti nelle zone limitrofe (la mia passione per la Storia mi spinge a chiedermi se questi turisti sono a conoscenza di camminare su quello che fu uno dei terreni di caccia della Regina Consorte Anna Bolena), ci rendiamo conto che la nostra sete supera di gran lunga la nostra adrenalina. La birra presente al Craven Cottage è la classica lager da mille e una notte (nel senso che in una notte potresti andare a svuotare la vescica un migliaio di volte) che ci fa desistere dal vedere i primi 20 minuti del match.
Presi i posti nella standing area P7 situata nella Putney End, i cori del Burnley fanno da padrone per tutta la prima frazione; missione non impossibile visto il clima più che rilassato e a tratti alla melatonina del pubblico di casa. Non incline a chissà quali interpretazioni canore o di tifo; forse la Londra patinata, dopo Chelsea e ultimamente Arsenal, ha infettato anche la compagine del borough di Hammersmith and Fulham? Probabile.
Il doppio fischio che sancisce il termine del primo tempo e il sole delle 16.50 che ci acceca, danno il via ad un refrigerante quarto d’ora in compagnia di vecchi amici del Lancashire, posizionati in uno dei piccoli bar mobili ai lati del settore.
Il secondo tempo, di pari passo alla gradazione alcolica, è un turbinio di emozioni. Il vantaggio del Burnley a mezz’ora dalla fine, seppur quasi inutile ai fini di una classifica ormai compromessa, fa esplodere l’intero blocco, mentre i “V signs” in direzione dei raffinati tifosi londinesi si sprecano.
Come ogni psicodramma degno delle migliori letterature inglesi, il Burnley incassa prima il pareggio, poi il gol dello svantaggio, e il terzo gol immediatamente dopo un’espulsione subita.
La maledizione della maggior parte delle “squadre yo-yo” non sembra aver risparmiato i Claret and Blue e i tifosi, consapevoli, abbandonano la capitale ormai certi di un fulminante ritorno in Championship dopo appena un anno dalla promozione.
Chiaramente la trasferta non può essere dichiarata chiusa se non prima di un doppio pit-stop nuovamente al “The Rocket”, dove veniamo additati come hooligans ospiti e quindi relegati in un angolino e intimati di fare silenzio “as much as possible” e successivamente al “The Eight Bells”, pub dedicato agli away fans durate le partite del Fulham e ad uso esclusivo dei tifosi del Chelsea quando è quest’ultima a giocare in casa.
Entrati all’interno di quest’ultimo pub, molti di noi ricevono sguardi non proprio amichevoli a causa della finale di Carabao Cup in programma il giorno seguente a Wembley che vedrà impegnate le compagini del Manchester City e dell’Arsenal. Una volta svelata la nostra identità aiutati dai nostri inascoltabili accenti inglesi, veniamo subito presi in simpatia e a nostra volta riceviamo i match program della partita appena conclusa al Craven Cottage.
Saluto i ragazzi che mi hanno fatto compagnia durante tutta la giornata augurando un “safe journey” e con la speranza che questa sia solamente una delle migliaia di partite e stadi inglesi insieme alla loro fidata compagnia e amicizia.
Probabile che questa stagione al fianco del Burnley si sia conclusa così: con un match program incastrato nella tasca posteriore dei jeans, le tempie che pulsano e una voce metallica che intima i passeggeri del volo direzione Milano Malpensa, di avvicinarsi al gate per l’imbarco. Odio volare.
FULHAM – BURNLEY: 3-1
Davide Lombardo

Don’t you forget about us: LIVERPOOL-BURNLEY e ritmi in crescendo
Profilo Basso fanzine – numero 63 (2026)
“La prossima volta prendiamo il volo il venerdì e ci facciamo una notte in più piuttosto […]”
“Cazzo che sonno oh!”
“Figa che freddo!”
“Non volevo fare serata ieri sera ve lo giuro! Però.. dai sapete come vanno queste cose!”
Le lamentele per l’orario della partenza “intelligente” e le scuse per un after non programmato si sprecano nei sedili posteriori delle due macchine dedicate alla nostra transumanza fino all’aeroporto di Milano Malpensa.
Qualche mugugno contro l’E.T.A. (Electronic Travel Authorisation necessario per entrare in UK) e altrettanti sbadigli fanno da cornice alle prime luci dell’alba sulla Milano-Varese.
Ennesimo weekend dedicato ad un’altra traversata al di là della manica; le frasi: “Liverpool-Burnley nell’away sector di Anfield Road” e “raga! Ci sono ancora biglietti! Chi se la fa?” non potevano che far saltare ogni piano con mogli, fidanzate e parenti di tutti noi che ci ritroviamo ora, in un bar dell’aeroporto alle prime ore del mattino con 7 Stelle Artois, 5 sambuche e dei toast freddi accerchiati da famiglie che guardano di sottecchi la nostra dubbia ma saziante colazione sparsa su un tavolino pieno di briciole lasciate dal commensale precedente.
Atterriamo in perfetto orario nel mastodontico Manchester Airport, controlli di rito e siamo fuori dal gate. Tempo di lasciare i nostri zaini al Premier Inn aeroportuale e in men che non si dica, i due Uber prenotati sono pronti a portarci in quel di Liverpool. Punto di ritrovo con i lads da Burnley è il Thomas Frost: “Maybe we go there. It’s a Wetherspoon so it’s cheap”. Con queste parole James ci convince della bontà del posto. – anche se ci eravamo già convinti al “Ci vediamo al Thomas Frost” (n.d.r.).
Il Thomas Frost è posizionato esattamente alle spalle del Goodison Park, oggi utilizzato dalla compagine femminile dell’Everton. Qualche foto veloce dell’esterno dello stadio da aggiungere alla collezione e poi dritti al bancone pronti ad inondare le nostre fauci di birra e, per la felicità delle nostre coronarie, riempirci lo stomaco con un sano full english breakfast.
Neanche il tempo di finire la prima pinta che l’ultimo partecipante alla spedizione e amico G. da Venezia sopraggiunge al cospetto del Thomas Frost. Più assetato che mai. Siamo al completo.
Le pinte vuote riempiono ogni centimetro dei nostri tavoli, il ritmo sale e il quantitativo di adesivi nel bagno, recanti i nomi delle nostre città di provenienza, occupano buona parte delle porte disponibili.
I ragazzi da Burnley entrano a locale pieno per metà. Poche sciarpe Clarets all’orizzonte, mentre una fiumana rossa inizia ad avvicendarsi nei tavoli rimasti vuoti attorno a noi.
Il clima è rilassato, qualche sguardo incuriosito ci raggiunge, non è la prima volta e ormai ci siamo abituati. Non si vede tutti i giorni un gruppo di otto italiani, amici di Burnley, in trasferta; soprattutto se i padroni di casa sono una società “instagrammabile” come il Liverpool.
“Dado, tu hai fatto cambio valuta a Malpensa vero? Ti ho visto”
La mia fissa di avere qualche banconota in valuta locale ogni qual volta che lascio casa mi ha giocato un brutto scherzo.
“Dai dammi 10 sterline che se vinco alla macchinetta paghiamo le birre a tutti”
Difficile dire di no. Acconsento. Tuttavia, i “nostri” 10 pounds finiscono dritti nelle tasche dell’Erario britannico – senza darci nemmeno l’illusione della vittoria.
Il sole, incredibilmente, illumina il cielo del Merseyside in questa tarda mattinata di metà gennaio rendendo, sotto l’effetto dei suoi raggi, l’asfalto lucido perché ancora umido dalla sera precedente.
Prendiamo Luton Grove per dirigerci agli ingressi dedicati agli ospiti. Tra noi otto, altrettanti amici arrivati da Burnley e altri tifosi ospiti incontrati lungo la strada.
La macchia d’ombra che si proietta davanti a noi è di notevole impatto.
“Ci siamo tutti? Entriamo!”
Anfield Road ha sempre il suo fascino, molti di noi, essendo la prima volta in un tempio come questo, attendono spasmodicamente l’inizio solo per sentire “You’ll never walk alone” per poi occupare le spine del bar per buona parte della partita.
Sarà per la differenza oggettiva di forza in campo, ben nota sia ai tifosi Clarets che Reds, che il clima stenta a decollare. Il settore ospiti certo di fare un’altra figuraccia (come spesso accade contro compagini come il Liverpool) si fa sentire a stento, i padroni di casa, forse certi di andare sul velluto, mantengono a riposo le loro corde vocali.
Fortunatamente è la partita che accende gli animi sugli spalti. Un rigore sbagliato del Liverpool manda in visibilio i 3000 dal Lancashire fino al gol del vantaggio dei padroni di casa a pochi minuti dalla fine del primo tempo.
Sarà per la facilità di far partire i cori, con uno stile nettamente diverso da quello al quale siamo abituati negli stadi italiani, che il nostro blocco risulta essere il più rumoroso e il più molesto dell’intero settore: “No nay never! No nay never no more! […]” e i vari “C’mon Burnley C’mon Burnley” nascono e crescono sempre e solo nel nostro spicchio posizionato a pochi metri dal calcio d’angolo. Spingiamo ancora, l’intero settore inizia a seguire questa allegra e curiosa comitiva nel tentativo di dare spolvero all’intero blocco fino al duplice fischio che fa terminare la prima frazione.
Un gol del Burnley a mezz’ora dalla fine rende il clima incandescente, tutti i decibel risparmiati nella prima frazione di gioco risultano essere ben spesi nell’arco dell’ultima da tutti i 3000 accorsi da Burnley.
Novantesimo. Triplice fischio e 1-1. Il settore ospiti esplode, qualche bicchiere di birra riesce a raggiungere le vicinanze del campo con conseguente parapiglia tra tifosi, steward e polizia. Che sballo!
Usciamo dal settore AL8 con la stessa gioia che inonda i cuori di chi il Burnley lo tifa da sempre, forse è questo il vero senso dell’amicizia e della passione che non ci rende solamente dei turisti del calcio mordi e fuggi ma ormai, parte integrante di un qualcosa di più grande, più bello, più puro.
Le ultime ore a Liverpool, prima di tornare alle nostre stanze di Manchester, le passiamo ancora al Thomas Frost. Le facce rilassate dei sostenitori di casa viste nel prepartita hanno lasciato spazio a grugni di rabbia e qualche sguardo di troppo al nostro indirizzo mentre siamo intenti, come poche ore prima, a riempire il sotto bancone in legno lucido di adesivi campanilistici fino ad incrociare lo sguardo guardingo di un buttafuori con la stessa densità corporea di uno Scania.
L’avvicendamento dell’uomo della sicurezza e il suo sguardo ci fanno intendere che, forse, non siamo più i benvenuti; mentre qualche accento scouse, ci invita ad abbandonare il locale. Confermando i nostri sospetti.
Alla fine è anche questo il bello.
Salutiamo gli amici di Burnley e G. che alloggerà direttamente a Liverpool.
Torniamo a Manchester in tempo per un ultimo giro di pinte al Piccadilly Tavern per incontrarci con un altro amico, N. da Novara, in visita nella città Mancuniana per un progetto riguardante l’FC United of Manchester.
Qualcuno prega che sia realmente l’ultimo giro, rimanendo chiaramente deluso da quello che il futuro ha da riservare: scarica di Jagerbomb e ulteriori pinte bevute di getto al The Old Monkey accompagnano i diverbi con i baristi per le birre spillate in bicchieri di plastica (a causa del derby di Manchester e l’attenzione al servizio pubblico ancora vigente dalle prime ore del mattino).
All’ultima meta, salutiamo N. con goffi abbracci e frasi sgangherate pronti a far passare all’autista del taxi da 9 posti che ci sta attendendo da qualche minuto, la peggiore ora della sua giornata. Quella in nostra compagnia.
Possiamo finalmente riposarci, certi che alcune giornate, con gli amici di sempre e altri conosciuti sul percorso, sono le fondamente di un qualcosa di importante.
LIVERPOOL – BURNLEY: 1-1
Davide Lombardo

12 marzo, Volley Segrate–Cuneo: curiosi incroci tra Blu Brothers e Supporters Segrate
Sport People – Mar. 2016
Partita di tempi andati quella che si appresta ad ospitare il Palazzetto dello Sport di Segrate, incroci che avremmo potuto vedere nei palcoscenici nazionali della Serie A1 e A2.
Invece si incontreranno due squadre di media-alta classifica del campionato di serie B2 girone A, da una parte i Cuneesi del Bre Banca S.Bernardo Cuneo, ex Bre Banca Lannutti Cuneo (sciolta nel 2014 dopo la cessione del Presidente Lannutti per mancanza di fondi e costretta ad essere rifondata, passando dalla massima serie nazionale A1 al campionato di serie C); 1 scudetto, 5 Coppe Italia, 4 Supercoppe Italiane, 3 Coppe delle Coppe, 2 Challenge Cup e 2 Supercoppe Europee: questo il palmares invidiabile dei biancoblu. Dall’altra parte i Segratesi: semifinalisti nella stessa stagione 2011-12 dei playoff per l’A1 e finalisti della Coppa Italia, la Cenerentola della Pallavolo, la storia romantica del quartiere che esce dai confini della città per prendersi tutto, o almeno tentarci con il coltello tra i denti.
Ma non è tutto. Il tifo organizzato Cuneese, rappresentato dai Blu Brothers, è notoriamente accostato alla Fossa dei Lupi di Santacroce sull’Arno (PI), per un ormai storico gemellaggio; caso vuole che i Pisani siano storici rivali proprio dei Supporters Segrate 2007.
La tifoseria Segratese però sta vivendo quello che la tifoseria ospite ha vissuto fino a poco tempo fa, con la fuga del Presidente della gloriosa Cuneo dalle proprie responsabilità, facendo naufragare una delle più belle realtà della Pallavolo Nazionale; non a caso i Supporters Segrate sono in lotta contro la propria società da quasi un anno per motivi che non si allontanano molto da quelli che hanno spinto la società di Cuneo a rinunciare a ben quattro categorie.
In qualsiasi modo si evolverà questa settimana che divide il Volley Segrate dall’attesa sfida contro la Bre Banca Cuneo, si sa per certo che la frangia Segratese continuerà la propria protesta all’interno del Palazzo dello Sport con striscioni al contrario, e alternando set in completo silenzio a set dove i cori di disappunto verso Presidente e società tutta faranno da protagonisti, come ormai avviene dall’inizio di questa stagione 2015-2016
Ancora non è chiaro in quante unità si presenteranno i Blu Brothers, che dall’inizio della stagione corrente, dopo i 2 anni di sciopero, fanno dell’assidua presenza un loro marchio di fabbrica.
Tifoseria quella bianco-blu, che non ci ha pensato su due volte a presentarsi in discreti numeri anche in Europa, ma dall’altra parte, notizie ufficiose parlano comunque di una presenza massiccia della tifoseria di casa, ampia partecipazione che sarà dovuta probabilmente al fatto che avere una società vincente e una Curva storica come quella Piemontese tra le proprie mura non è fenomeno di tutti i giorni.
Non resterà che vedere come si evolverà la situazione dentro e fuori dal Palazzetto dello Sport Segratese sabato 12 marzo.
Davide Lombardo.
Ultras italiani: da movimento sociale a estremismo politico fino a forza anti-sistema
Sport People – Gen. 2016
La politicizzazione all’interno delle Curve è un fenomeno tanto diffuso quanto complicato da intendere a fondo; i primi barlumi di politica nei settori popolari degli stadi Italiani si hanno all’incirca a metà degli anni ’70, quando la situazione politico-sociale era al quanto complessa, e dalle piazze il malcontento si spostò sempre più verso l’esternazione degli ideali durante gli eventi sportivi, calcio prima e altri sport dopo. Si trattava comunque di un malcontento eterogeneo che caratterizzava sia le frange proletarie della popolazione che quelle più borghesi.
Basti solo pensare alla netta contrapposizione tra i tifosi Milanesi di Internazionale e Milan a cavallo tra gli anni ’60 e ’70: i Supporters nerazzurri (rappresentati dal 1969 dalle “Squadre d’Azione Nerazzurre” – poi divenuti Boys San – e dagli Ultras dal 1974) derivavano da uno stampo più borghese rispetto a quello dei cugini Milanisti, rappresentati dalla Fossa dei Leoni dal 1968, la quale origine era sicuramente più operaia e sindacalista.
Emblematico da questo punto di vista il soprannome dei sostenitori rossoneri: “Casciavit” (in Milanese “Cacciaviti”) e quello degli Interisti: “Bauscia” (che indica in senso ironico una tipologia di piccolo imprenditore).
Va tenuto presente che col tempo, vista la presenza di fazioni Ultras schierate politicamente, talvolta le Curve sono state utilizzate come vero e proprio bacino elettorale.

La politicizzazione di una Curva si manifesta soprattutto nei cori, nei drappi e talvolta anche nei nomi: Squadra d’Azione Nerazzurra e Skins per l’Inter e le Brigate Autonome Livorno dichiaratamente di simpatie di sinistra, solo per citarne qualcuna.
Oltre a Livorno e Milano, anche la Capitale non è da meno, ormai famosa e assodata la simpatia per gli ambienti di estrema destra degli Irriducibili Lazio e, seppur in maniera meno “espansiva” anche della Curva Sud della Roma.
Per contrapporsi alla maggiore espansione dei pensieri estremisti nelle Curve Italiane, nesce nel 1995, con i finanziamenti dell’Unione Europea e della Regione Emilia Romagna, “Progetto Ultrà”, al quale aderiscono alcuni gruppi organizzati di Terni, Ancona, Genova (sponda rossoblu), Perugia, Venezia, Caserta e successivamente vi si affacciarono anche alcune realtà di tifo simpatizzanti a destra, nell’intento di creare un movimento unitario degli ultras contro le derive del calcio moderno. Questo progetto nasceva dunque con l’obiettivo di responsabilizzare le “nuove generazioni” di ultras attraverso la vita all’interno del gruppo, vita fatta di impegni che vanno oltre la volontà esclusiva di scontrarsi con gli avversari di fede politica differente ma fatta di cultura ultrà, cultura che va dalla redazione di materiale di informazione (Fanzine, volantini, comunicati, ecc.), studio di nuove coreografie e nuovi cori; facendo passare in secondo piano la possibilità di incidenti e disordini dentro e fuori lo stadio.
Importante però precisare che anche i gruppi aderenti a questo progetto non hanno escluso completamente la violenza come linguaggio e comportamento.
Molto simile come valori e obiettivi è il Fanprojekt tedesco, nato nel 1981 a Brema dopo i ripetuti episodi di violenza, politica e non, protagonisti delle giornate di Bundesliga.
Altro progetto-specchio, ma autofinanziato e con valori nettamente più politici, si ha con la nascita del Fronte di Resistenza Ultras, promosso maggiormente da Livornesi e Ternani.
Questo nuovo movimento interno, esclusivamente delle curve dichiaratamente di sinistra estrema, aveva l’obiettivo di eliminare il razzismo all’interno degli stadi sì, ma tentando di lottare (anche con metodi violenti) le tifoserie simpatizzanti della destra estrema.
Quelli citati sono solo alcuni dei fatti che, indipendentemente dall’ideologia politica a cui facciamo riferimento, indipendentemente da una certa tendenza attuale dei gruppi verso l’apolitico, fanno parte della storia al quale siamo tutti legati in modo indissolubile, perché siamo e dobbiamo essere legati a tutto quello che ha portato ad essere come Noi… ad essere Noi!.
A differenza degli anni ’90, ora gli Ultras sono meno frazionati dalle idee politiche di base, sono una vera e propria forza anti-sistema, mutamento iniziato con la protesta contro la tessera del tifoso a metà anni 2000 e poi continuato a causa delle restrizioni e dei continui soprusi che gli Ultras stessi sono costretti a subire ogni giornata e ogni trasferta dai politicanti nostrani e dalle forze dell’ordine. Peccato che questa forza anti-sistema continui a rimanere latente sotto la coltre spessa di divisioni ataviche, ben oltre la semplice questione politica.
Davide Lombardo.