I QUATTRO MESI DI BURNLEY
Romanzo hooligan tra amore e guerra

Con la prefazione di Nicolò Rondinelli.

Le gradinate degli stadi inglesi, le gelide acque delle Falkland, i battiti di due giovani cuori destinati a crescere troppo in fretta.
In un mondo di violenza e ideali, un giovane hooligan si ritrova a fare i conti con la propria identità, il suo primo amore e con la guerra, insieme alle sue inaspettate ripercussioni.
Un romanzo crudo e appassionante che esplora i limiti della fratellanza, dell’odio, della violenza e della redenzione.

DATI DEL LIBRO
Autore: Davide Lombardo
Editore: Edizioni Bepress
Anno: 2025
ISBN: 9788896130858

“I quattro mesi di Burnley” cap.5 p.42 GUERRIGLIA URBANA
A BRANDWOOD GROVE

Vincent si avvicinò allo specchio del bagno, l’acqua goc
ciolava lentamente, creando un ritmo monotono che amplifi
cava il silenzio assordante di cui aveva bisogno. Lo specchio,
un groviglio di graffi e macchie, gli restituiva un’immagine
distorta e grottesca, inclinò la testa, cercando di riconoscere
il volto che gli sorrideva da bambino. Ora, al suo posto, c’era
un mosaico di lividi e tagli, un monito vivido della violenza
che aveva incontrato. Il ferro del sangue gli lasciava un sa
pore metallico in bocca, mentre il dolore sordo pulsava sulla
tempia sinistra.

DOVE TROVARLO

Che si dice in giro..?

Lettera aperta di Davide Lombardo, autore de “I quattro mesi di Burnley”, per OLAS Fanzine

Over Land and Sea fanzine – numero 9 (2026)

Non era scontato.

Non lo è mai quando qualcuno entra in uno “spazio “che non è il suo. Non lo è quando i colori, anche se non si vedono, restano comunque addosso. Non lo è quando le distanze esistono da anni, anche senza bisogno di essere spiegate.

Eppure, a volte, succede. Succede che una porta si apra senza troppe domande. Che le facce siano dritte, pulite, senza quel mezzo sorriso di chi ti sta ancora inquadrando. Succede che il rispetto arrivi prima delle etichette.

E non è una cosa così comune.

Dentro certi ambienti si riconosce subito quando qualcosa è autentico. Non serve parlare troppo, non serve spiegare da dove vieni o cosa hai fatto. Ci sono codici che funzionano anche in silenzio.

Quella sera era così.

Gente diversa, storie diverse, percorsi che sulla carta non dovrebbero incrociarsi. E invece seduti allo stesso tavolo, a bere, ad ascoltare, a parlare come se fosse normale.

Ma non lo era. Non lo è mai davvero.

Perché fuori da lì, oggi, funziona tutto al contrario. Si divide, si etichetta, si tiene a distanza. Si costruiscono muri anche quando non servono. E alla fine si perde il senso delle cose più semplici.

Dentro quella stanza no. Dentro quella stanza contava solo esserci. Contava la disponibilità ad ascoltare, a capire, a lasciare spazio. Contava un certo tipo di mentalità che non ha bisogno di essere sbandierata.

Chi c’era lo sa. Non servono troppe parole per raccontarla, quella serata. Non serve gonfiarla, né trasformarla in qualcosa di diverso. È stata concreta, pulita, vera.

Ed è proprio per questo che vale. Perché non era scontata, perché, alla fine, chi scrive questa lettera aperta non era lì per caso. Era quello seduto dall’altra parte del tavolo. Quello che presentava “I quattro mesi di Burnley”.

Quello che parlava. Quello che, entrando, si aspettava sì una gran serata, ma non qualcosa di così.

Parlare del mio libro davanti a tante persone che, nel giro di una sera, sono diventate qualcosa di più di semplici presenti — stessa mentalità, stessa misura, stessa naturalezza nei gesti — è stato un regalo vero.

Con la speranza che le prossime presentazioni riescano a essere anche solo la metà di questa, resta un grazie.

Ai ragazzi di VeneziaMestre.

E soprattutto a chi cura questa fanzine: prima ha letto, poi ci ha creduto, e infine ha aperto quella porta.

Davide Lombardo

I QUATTRO MESI DI BURNLEY – Intervista all’autore Davide Lombardo

Profilo Basso fanzine – numero 62 (2025)

  • Presentati ai lettori di Profilo Basso Fanzine raccontando il tuo background.

Nasco e cresco nell’ hinterland milanese, a Segrate, a pochi chilometri dal quartiere Lambrate, una delle “porte d’ingresso” alla città di Milano. Inizio ad appassionarmi al calcio e alle tifoserie organizzate con tutto quello che ci orbita attorno fin da bambino. Quando vidi per la prima volta una bandiera garrire ne rimasi folgorato. Ancora oggi è uno dei miei suoni preferiti. La Serie A degli anni 90, la musica e il mito della Milano da Bere, nonostante fossi solo uno scolaretto delle elementari, col passare degli anni, mostrarono il proprio conto. Forse per osmosi.

Un percorso universitario malriuscito alla facoltà di Storia, parallelamente a collaborazioni volontarie con testate online, mi permisero di approfondire e ad appassionarmi alle rivolte studentesche e operaie che andavano di pari passo al periodo storico.

Nello stesso periodo frequentavo, parallelamente a San Siro, una piccola realtà proprio a Segrate. Non di calcio, ma di volley. Organizzammo una vera e propria tifoseria organizzata, con il proprio striscione, i propri cori, le proprie rivalità, i propri gemellaggi e anche la propria fanzine. Il caso ha voluto che la fanzine fosse scritta proprio da me. Così quasi per gioco, mi avvicinai alla scrittura da gradinata.

Giocammo anche in serie A2! Ma durò poco a causa di problemi societari. Ricordo sempre volentieri quell’avventura. Fu una sorta di palestra di scrittura e una palestra per i palcoscenici più importante come lo stadio Meazza che già frequentavo da qualche tempo.

In alcuni tratti de “I quattro mesi di Burnley”, Vincent, mi ricorda proprio quel giovane ragazzo.”

  • Come e quando nasce l’idea di scrivere “I quattro mesi di Burnley”?

“Conobbi di persona i ragazzi di Burnley nel 2016 durante una trasferta dell’Inter al St. Mary’s Stadium di Southampton, in Europa League. Dico “di persona” perché la loro fama mi era già arrivata all’orecchio grazie a un vecchio documentario di DMAX con Danny Dyer, “Curve infuocate”, che raccontava proprio quella cittadina del Lancashire e i suoi tifosi. Un paio di amici che frequentavano il mio stesso gruppo erano già in contatto con loro da qualche anno, grazie a una coincidenza avvenuta durante una trasferta di piacere in Inghilterra. Per chi ama gli stadi e le gradinate, se il calendario della propria squadra lo consente, è naturale guardarsi intorno e scoprire altre realtà — e a mio avviso il Regno Unito resta il posto migliore dove farlo. Da quel momento i rapporti si sono intensificati velocemente, tra visite reciproche e partite vissute insieme, in casa e in trasferta. A un certo punto ho capito che lì c’era tutto ciò che mi interessava raccontare: working class, identità, calcio come linguaggio sociale e una storia contemporanea ricca di sfaccettature. Quando una città smette di essere solo una meta e diventa una storia, a quel punto è inevitabile provare a scriverla”.

  • Spesso, e a volte anche sbagliando, mi capita di scegliere un libro dalla copertina. La foto in copertina del libro è di Daniel Scanlin. Cosa ti ha spinto a scegliere questa foto? A lui ti lega in rapporto di amicizia?

“Anche io sono uno di quelli che viene attratto spontaneamente, quasi in modo primitivo, da una copertina invitante.

Credo che la bravura di Daniel sia proprio quella di raccontare con un solo scatto, una storia. Non è molto lontano dal compito di scrive e, nello specifico, “Goals“, la foto in copertina, racchiude nella sua semplicità un luogo iconico quanto semplice. Una porta disegnata con un gesso, un muro di mattoni. Daniel Scanlin (con il suo profilo Instagram @hailfilm) racconta la vita quotidiana di Burnley. Lo vidi per la prima volta nell’aprile del 2023 durante una partita di Championship tra Burnley e Queens Park Rangers a Turf Moor. Il fatto di essere un fotografo “parallelo”, “da spalti” e non patinato quanto poco interessato agli affari di campo, me lo rese subito affine. Ammetto di essere stato parecchio indeciso rispetto alla scelta finale in mezzo a tantissimi suoi scatti ma non è detto che non ne vedremo degli altri in futuro”.

  • Raccontaci come nasce questo tuo attaccamento verso questa città del Lancashire.

“Durante le mie visite ho sempre trovato una realtà che mi ha accolto come uno di loro. Indifferentemente dal credo calcistico o dalla nazionalità. Il loro calore spontaneo mi ha portato all’interno delle loro case a prescindere da una partita di calcio. In questa città ci ho trovato delle caratteristiche che mi fanno pensare ad un brutalismo tutto britannico. Vero, essenziale, ma capace di nascondere degli angoli affascinati tra lo stadio Turf Moor e lo stupendo Townley Park.

Molte strade e vicoli di Burnley ti parlano con una lingua tutta loro, la passione che hanno per i loro colori è una passione che stride e sembra atterrata da un altro pianeta confrontata con quella che ormai gli stadi-centri commerciali soffocano e svendono al miglior offerente.

Ogni via presente nel libro è vera, esiste, e ogni sabato alle 15.00, viene calcata dai Clarets del

Lancashire. Spero che questo lavoro possa far camminare lungo questi vicoli, seppur con la fantasia, ogni lettore così che un giorno possa sentirsi già a casa senza esserci mai stato prima. Come successo a me”.

  • Da diverso tempo segui il calcio ed il mondo delle gradinate. Che squadra tifi? Raccontaci come ti sei avvicinato a tutto questo?

“Nascendo del 1992 sono tra gli eletti ad aver visto dal vivo Ronaldo e come diciamo noi “quello vero”. La mia fede non può altro che essere nerazzurra e più che per un fattore “genetico” anche se molto romantico, credo che il merito sia proprio di “Ronaldo quello vero”. Frequento lo stadio fin dai primi anni di vita, mio padre teneva molto all’”istruzione extra scolastica” del primogenito. Il Fenomeno fece il resto.

Vivo lo Stadio Meazza da talmente tanto tempo che se mi dovessi chiedere della mia prima partita allo stadio, non ti saprei rispondere. Mi ricordo bene invece quale è stata la mia prima partita in Curva: era il 2008, Inter-Panathinaikos di Champions League. Una partita che, ancora oggi, può far drizzare le orecchie ai più. Avevo sedici anni, qualche insufficienza e lo zaino pieno di toppe e scritte con il pennarello che inneggiavano agli Ultras. Per il solo fatto di aver vissuto novanta minuti, seppur all’ultima fila dell’ultimo settore della Curva, tornai a casa con le ali sotto i piedi e la voce lasciata allo stadio.

Da quel giorno, giornata dopo giornata, stagione dopo stagione, trasferta dopo trasferta, ho avuto il privilegio di attraversare buona parte d’Italia e d’Europa insieme a ragazzi che oggi, dopo quasi metà vita vissuta insieme, posso definire degli amici fraterni. Ancora oggi frequento lo Stadio seguendo, per quanto posso, l’Internazionale. Senza mai dimenticarmi gli anni più belli della mia vita”.

  • A livello di tifo e “situazioni” credo in Italia ci siano ancora delle partite che meritano di essere vissute. Secondo te perché molte persone preferiscono andare un weekend in Inghilterra a vedere un match di Championship piuttosto che un big-match qui in Italia?

“Perché cercano esperienze vere. In Inghilterra, anche per alcune squadre di Premier League, il calcio è ancora legato al territorio, alla comunità e alla storia, in alcuni casi addirittura al quartiere. Non è uno spettacolo patinato — ad eccezione delle grandi società-azienda — ma resta un rito popolare.

Chi va a vedere una partita di Championship, o addirittura di League One o League Two, non cerca il risultato: cerca l’esperienza. L’Italia, ancora oggi, offre tantissimi match scoppiettanti da nord a sud ma purtroppo sono sempre più confinati alle leghe minori, spesso in impianti, seppur storici meno attrattivi e meno valorizzati rispetto a quelli presenti oltremanica.

A completare il cortocircuito ci sono prezzi fuori controllo, restrizioni senza senso, diffide fuori contesto e lo strapotere di sponsor e pay-tv che stanno sostituendo i settori popolari e i prezzi accessibili — per gli ospiti come per la tifoseria organizzata di casa — con privé e inviti di rappresentanza, dall’attore hollywoodiano di turno all’ultimo influencer di cui domani nessuno si ricorderà”.

  • In quanto tempo hai scritto il libro? Hai avuto delle particolare difficoltà? Raccontaci come si è sviluppato il tutto.

“Dalle stesure delle prime pagine scritte a mano su un block notes fino alla trascrizione su un pc circa un anno. E in un anno le difficoltà possono essere molteplici: dalla ricerca quasi “universitaria” delle fonti corrette, fino a giornate in cui la fantasia scarseggia o i problemi personali o familiari intaccano il percorso creativo.

Mi viene in mente una frase di Dàvila: “una vocazione genuina porta lo scrittore a scrivere solo per sé: prima per orgoglio, poi per umiltà”. All’inizio si scrive per dimostrare qualcosa a sé stessi, a qualcuno che ci è vicino o per affermare la propria voce. È una spinta quasi egoistica: serve a prendere coraggio, a occupare spazio.

Col tempo, se la vocazione è autentica, si arriva a scrivere non perché ci si senta grandi, ma per fedeltà a ciò che si è, anche sapendo che potrebbe non interessare a nessuno. Per me era importante dedicare qualcosa a chi mi è stato sempre vicino, qualcosa che rimanga nel tempo. In un mondo di falsità e doppiogiochismo, credo sia importante poter donare qualcosa di così intimo come un libro a chi rimane. I ragazzi di Burnley sono tra questi”.

  • Che obiettivi ti sei prefissato pubblicando il libro? A che target di gente punti?

“Non mi sono prefissato obiettivi numerici o di mercato. Questo libro nasce prima di tutto da un’esigenza personale, dal bisogno di raccontare un mondo e un periodo storico che sentivo miei, anche se geograficamente lontani. Non punto a un target preciso in senso commerciale. Mi interessa arrivare a chi riconosce certi luoghi, certe dinamiche, certe sensazioni: chi viene dalla provincia, dal lavoro normale, dalle gradinate, dai pub, da una quotidianità spesso poco raccontata.

Colorando il romanzo con una storia d’amore giovanile, spero di raggiungere anche chi cerca leggerezza ma anche chi cerca una storia dal forte impatto storico come lo è stata la Guerra delle Falkland per il popolo inglese. Edizioni Bepress, credendo in questo progetto, ha reso possibile raccontare una storia che probabilmente avrebbe fatto più fatica a trovare spazio altrove”.

RECENSIONE DE “I QUATTRO MESI DI BURNLEY”

Over Land and Sea fanzine – numero 8 (2025)